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lunedì 7 novembre 2011

El elefante encadenado

Sia con le terze medie che con la prima liceo, ma un po' con tutte le classi, abbiamo parlato del conoscersi, della paura di scoprire chi siamo, di scoprire i nostri difetti, i nostri limiti... così come della difficoltà di valorizzare i nostri pregi, le nostre capacità ... perché ci nascondiamo dietro la comodità delle tante, troppe maschere che ogni giorno, nelle svariate occasioni "indossiamo". Vi vorrei proporre questo audio di uno scrittore uruguaiano, Jorge Bucay. Sotto il video di YouTube trovate anche la traduzione. Spero vi aiuti a riflettere.


Quando ero un bambino mi piacevano un sacco i circhi, e quello che più mi piaceva erano gli animali. In particolar modo attirava la mia attenzione l’elefante. Dopo la sua performance, l’elefante rimaneva legato soltanto ad una catena che imprigionava una delle sue gambe ad un piccolo picchetto di legno inserito nel terreno. Senza dubbio, il picchetto era un minuscolo pezzettino di legno, interrato per appena qualche centimetro nella terra. Nonostante la catena fosse grossa e resistente, mi sembrava ovvio che quell’animale, capace di sradicare con la sua forza un intero albero, avrebbe potuto divellere con facilità il picchetto e fuggire. 
Perché dunque, restava? Perché non fuggiva?
Quando ero un bambino, chiesi agli adulti. Qualcuno di essi mi disse che l’elefante non scappava perché era ammaestrato. Feci dunque, la domanda ovvia … “E se è ammaestrato, perché lo incatenano?”. Non mi ricordo di aver ottenuto nessuna risposta coerente.
Qualche anno fa, scoprì che qualcuno era stato abbastanza saggio da incontrare la risposta. L’elefante del circo non scappava, perché era stato legato ad un picchetto simile a quello, da quando era molto, molto piccolo. 
A quell’epoca, quando era un piccolo elefantino e si ritrovò legato a quello strano pezzo di metallo, tirò e sudò cercando di liberarsi. Nonostante i suoi sforzi, non riuscì. Il picchetto era sicuramente molto forte per lui. Giurerei che si addormentò agitato e che il giorno successivo riprovò, e il giorno dopo ancora, e quello dopo … 
Fino a quando, un giorno, un terribile giorno che lo segnò per sempre, l’animale accettò con impotenza e rassegnazione il suo destino. Quest’elefante enorme e forte che vediamo nel circo, non scappa perché CREDE CHE NON NE È CAPACE, CHE NON PUÒ.
Egli si ricorda di quell’insuccesso, di quell’impotenza che sentì poco dopo essere nato. E la cosa peggiore è che mai più provò a chiedersi seriamente se ancora sarebbe stato incapace. Mai più … mai più cercò di testare la sua forza, nonostante vedesse che il suo corpo cresceva e si faceva ogni volta più forte. Semplicemente non ci riprovò mai più.

E tu, hai qualcosa dell’elefante? 

Ciascuno di noi è un poco come questo elefante: andiamo per il mondo, legati a cento picchetti che non ci lasciano liberi. Viviamo credendo che un sacco di cose “non le possiamo fare”, semplicemente perché qualche volta abbiamo provato e non siamo stati capaci. 
Abbiamo registrato nei nostri ricordi: “Non posso, non posso e mai potrò”. Molti di noi cresciamo portando questo messaggio che ci siamo imposti a noi stessi e mai più riproviamo. L’unico modo per sapere sul serio, è rimettersi in gioco, mettendo tutto il nostro cuore nel nuovo intento.