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mercoledì 4 maggio 2011

Maria Cristina Oiger

Come un chicco di grano...

C’è un battello che da oltre trenta anni solca le acque del Rio delle Amazzoni, non segue rotte turistiche o commerciali, ma quelle della Carità, tracciate da un “comandante” speciale, Maria Cristina Ogier, una ragazza che nel 1972 volle fortemente questo battello ambulatorio per permettere a padre Pio Conti, giovane medico e cappuccino missionario in Amazzonia, di curare la gente lungo il fiume, unica via transitabile e, nell’interno della giungla, fra le capanne degli Indios. 
Comincia metaforicamente sulla scia di questo battello, il nostro viaggio alla scoperta di questa giovane che nonostante un tumore che l’affliggeva dall’età di quattro anni e l’avrebbe stroncata a diciannove, ha saputo donare e donarsi agli altri con amore.
Maria Cristina, figlia unica di Gina ed Enrico Ogier, nasce a Firenze nel 1955. Dopo quattro anni felici, nell’amore dei genitori che la educano cristianamente, il Sole si spenge perché il piedino della bambina batte freneticamente, il padre medico intuisce e si allarma. Arriva la diagnosi: tumore all’ipotalamo. Segue un’operazione in Svezia e la sentenza: la bambina avrà al massimo tre – quattro anni di vita. E’ in questo momento che la famiglia Ogier abbraccia con più forza la fede, gettando in Dio angosce e sofferenze.
Maria Cristina è d’intelligenza precoce, comincia la scuola elementare ed una sua insegnante ricorda:«La conobbi quando a sei anni iniziò la sua vita scolastica e già da allora il suo cuore vibrava d’amore per Dio ed il suo prossimo».
Nel 1962 gli Ogier si recano in pellegrinaggio al santuario mariano di Lourdes e da allora in poi Maria Cristina, ogni anno, con l’U.N.I.T.A.L.S.I., insieme ai genitori, vi torna sui treni bianchi o rosa. A questi si aggiungono i viaggi a Loreto. Sarà contenta quando a dieci anni indosserà l’abito bianco delle dame, la più giovane della Sezione fiorentina, è potrà da malata impegnarsi a servire altri malati.
La carità di Maria Cristina non finisce qui, ma è vissuta nel quotidiano: dopo aver fatto i compiti scolastici, si reca con la mamma ad imboccare i vecchietti a Villa I Glicini, partecipa attivamente ai gruppi giovanili che fanno riferimento a don Giancarlo Setti, suo parroco a San Giovannino dei Cavalieri. In particolare la ragazza presta servizio nel gruppo-ospedali, in quello missionario, intesse una rete di solidarietà, aiutando le persone non solo con beni materiali, ma anche a livello spirituale.
Arriviamo così al 1972 con il già citato progetto del battello ambulatorio a cui Maria Cristina, nonostante l’aggravarsi della malattia, dedica ogni energia: in poco più di un anno la ragazza tempesta di lettere e telefonate amiche, conoscenti, quotidiani, chiedendo aiuti, fondi per regalare a padre Conti questa barca con attrezzature mediche. Pur con la sua menomazione, che rallenta molto la capacità di scrivere, riesce a spedire tantissimi biglietti. E quando nel 1973 il sogno diventa realtà ed il battello, grazie anche all’aiuto di Lorenzini, un portuale livornese, salpa per l’America, Maria Cristina scrive:«Caro signor Petruccioli, la prego di non mettermi troppo in mostra e di non elogiarmi tanto; ho solo cercato di aiutare i poveri abitanti di quella torrida regione, l’Amazzonia, e se per questo, mi giudicasse meritevole d’aver fatto un passo verso la felicità eterna, esso sarebbe, invero, molto piccolo e di scarso significato». 
Parallelamente c’è la scuola che ella frequenta con impegno, fino alla maturità conseguita alla Santissima Annunziata di Poggio Imperiale (Firenze). 
La vita di Maria Cristina è intagliata nella preghiera, nella Comunione quotidiana e quando conosce il Gruppo di preghiera di padre Pio, vi aderisce in maniera assidua e più volte chiede a don Setti di essere ammessa all’Ordine Francescano Secolare, cosa che avviene il 10 ottobre 1973.
In quell’anno però il male riemerge con violenza, accanendosi sul fragile corpo della ragazza che abbracciata alla croce sopporta tutto con pazienza, anche quando attraversa un periodo di aridità spirituale, si sente abbandonata dal suo Signore. Ma il Getsemani, l’angoscia per il silenzio di Dio, non è l’ultimo atto, quasi alla fine dei suoi giorni terreni Maria Cristina esclama:«Lo sento; e con me; posso di nuovo pregare…Gesù mi ascolta, mi ama. Voglio essere tua; unicamente tua». E Gesù la prende in parola, l’8 gennaio 1974. Sulla morte pochi mesi prima aveva scritto:«Caro Gesù, ho paura del futuro, della vita stessa, non della morte, che mi ricongiungerà a Te, mio tutto».  
A questo punto viene in mente quella frase evangelica che recita:«Se il chicco di grano caduto sotto terra non muore non porta frutto, ma se muore porta molto frutto» (Gv 12,24).
                                        
Stefano Liccioli
(da “Toscana Oggi” – 7/11/2010)

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