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martedì 3 gennaio 2012

Elia Dalla Costa - Testimoni fiorentini ...


Vi volevo proporre quest'articolo che ho trovato su ToscanaOggi online sul Card. Dalla Costa. Un testimone veramente splendido.


Un uomo santo visto da artisti diversi in tre momenti della sua vita: ecco il contenuto della mostra proposta al Museo dell’Opera di Santa Maria del Fiore a Firenze (8 dicembre 2011-15 aprile 2012) nel cinquantesimo anniversario della morte del cardinale Elia Dalla Costa, arcivescovo di Firenze dal 1931 al 1961.
L’uomo è il Servo di Dio Elia Dalla Costa, arcivescovo di Firenze dal 1931 e Cardinale di Santa Romana Chiesa dal 1933. Gli artisti sono due maestri fiorentini, Antonio Berti e Luciano Guarnieri, e un illustre forestiero: l’austriaco Oskar Kokoschka. I periodi di esecuzione sono: appena prima della Seconda Guerra Mondiale (la mezza figura in bronzo del Berti, del 1938); tre anni dopo la Guerra (il dipinto di Kokoschka, del 1948); e quattro anni prima della morte del Cardinale (il dipinto di Guarnieri, del 1957). Gli artisti stessi appartennero a generazioni diverse: Kokoschka nacque nel 1886; Berti nel 1904; Guarnieri nel 1930.
Un solo uomo, dunque, e tre opere che, prese insieme, ne danno l’immagine. Trattandosi di un esponente istituzionale del cattolicesimo romano – un Vescovo e Principe della Chiesa – va subito ricordata l’importanza del concetto di «immagine» applicato alla persona nel sistema di fede cristiano. Un testo scritturale, la paolina Lettera ai Colossesi, afferma che lo stesso Cristo «è immagine [icona, eikon] del Dio invisibile» (1,15), e altrove l’Apostolo delle Genti estende l’idea ai credenti nel loro rapporto con Cristo, dichiarando che «noi tutti, a viso scoperto, riflettendo come in uno specchio la gloria del Signore, veniamo trasformati in quella medesima immagine, di gloria in gloria, secondo l’azione dello Spirito del Signore» (2Cor3,18). Analogamente un Padre della Chiesa, commentando la trasformazione dell’aspetto fisico di Cristo sul monte Tabor – la Trasfigurazione cioè –, dice che «con lui anche noi saremo circondati di quella luce che solo l’occhio della fede può vedere. La nostra fisionomia spirituale si trasformerà e si modellerà sulla sua. Come lui entreremo in una condizione stabile di trasfigurazione, perché saremo partecipi della divina natura e verremo preparati alla vita beata» (Atanasio Sinaita, Discorso per la Trasfigurazione del Signore, nn. 6-10).
Ecco dunque, oltre al contenuto, il senso di questa mostra voluta da un successore di Dalla Costa, l’attuale arcivescovo di Firenze Mons. Giuseppe Betori, e promossa dalla fabbriceria della cattedrale, l’Opera di Santa Maria del Fiore; ecco soprattutto la ragione per cui si sia ritenuto opportuno allestire i tre ritratti del Cardinale nel Museo dell’Opera. In Elia Dalla Costa raffigurato da Berti, Kokoschka e Guarnieri come in molti capolavori della collezione permanente – nei profeti scolpiti da Donatello ad esempio – contempliamo l’essere umano trasformato dalla fede, la sua «fisionomia spirituale» quando, in Cristo, entra «in una condizione stabile di trasfigurazione».
Chi era allora Elia Dalla Costa? Ce lo dicono in qualche misura i testi riportati nel catalogo: il profilo biografico preparato da un sacerdote da lui ordinato, don Silvano Nistri; una scheda dell’avvocato Giulio Conticelli sugli aiuti che Dalla Costa offrì agli Ebrei perseguitati dal regime fascista; la nota stilata da Oskar Kokoschka nel 1949 per l’acquirente del suo ritratto del Cardinale, il collezionista americano Duncan Phillips; e l’articolo pubblicato da mons. Giuseppe De Luca su L’Osservatore Romano alla morte del Cardinale nel 1961, qui riprodotto in copia fotostatica.
Alle già ampie informazioni fornite da questi autori è forse opportuno aggiungere, nell’anno in cui l’Italia celebra un secolo e mezzo di identità nazionale, che il Cardinale era anche patriota. Nato poco dopo l’unificazione, nel 1872, fu figlio di un funzionario pubblico, Luigi Dalla Costa, segretario comunale di Villaverla (Vicenza). Parroco di Schio durante la Prima Guerra mondiale, si trovò poi sulla linea del fronte, dove il suo intenso lavoro organizzativo per l’accoglienza dei feriti, dei profughi e degli orfani gli meritò la Croce di Cavaliere della Corona d’Italia e in seguito un Diploma di Benemerenza dal Ministero delle Terre Liberate del nord-est italiano. Come Vescovo di Padova dal 1923 s’interessò anche del decoro e della manutenzione dei vari cimiteri di guerra sparsi sugli altopiani della Provincia e sul Monte Grappa.
Queste coordinate esistenziali aiutano a comprendere l’atteggiamento severo, non solo «profetico» ma quasi battagliero, con cui Antonio Berti lo rappresenta nel 1938, alla vigilia di una nuova guerra. Dalla Costa, che nel 1925 e ancora nel 1931 aveva difeso l’Azione Cattolica di fonte al regime incline a sciogliere tutti i circoli giovanili non governativi, qui sembra guardare nel ricordo gli orrori del Primo Conflitto mentre stringe le mani con disperata forza, pregando contra spem, contro ogni umana possibilità di soluzione. Fu con questa energia morale che, quando Hitler visitò Firenze con Mussolini nello stesso 1938, il Cardinale chiuse le porte e le persiani del Palazzo arcivescovile davanti al corteo ufficiale. Berti, all’epoca trentaquattrenne e già celebre per i suoi ritratti (di cui uno del Duce), coglie non solo il coraggio del Cardinale, ma la fiamma spirituale che ne alimentava l’opera.
Di dieci anni più tardi è il ritratto eseguito da Oskar Kokoschka, il quale – secondo il ricordo scritto del suo incontro col Cardinale – vide Dalla Costa come un anziano vigoroso, «fragile nella figura ma con una straordinaria e intensità e un dominio sul proprio fisico». Anche l’artista, nato nel 1886, era vecchio, e come il suo soggetto aveva conosciuto la violenza della Prima Guerra Mondiale, rimanendo ferito sul fronte orientale nel 1917. Sviluppatosi come artista nella Vienna del primo Novecento – nella città cioè che vide emergere contemporaneamente Egon Schiele, Richard Strauss e Sigmund Freud –, Kokoschka aveva assorbito e il decorativismo del connazionale Klimt e l’influsso dei Simbolisti francesi e del russo Vassili Kandinski, e sarà fra gli artisti denunciati dal regime nazista come «degenerati», emigrando nel 1937 in Inghilterra, dove passa gli anni della Guerra.
Questi fatti suggeriscono le coordinate stilistiche e interpretative del ritratto che Kokoschka dipinse di Dalla Costa nel 1948. Con la tavolozza sinfonica del Jugendstil austriaco, e con pennellate movimentate e cariche d’ascendenza barocca, il maestro sessantaduenne apre davanti allo spettatore ciò che, parlando altrove della sua ritrattistica, chiama «la personalità chiusa, così piena di tensione» dei soggetti che l’interessavano. Rimase colpito dalla spiritualità di Dalla Costa, «che persino i comunisti considerano un santo», ma anche della sua umanità, affermando d’aver avuto «l’emozionante esperienza di pronunciare in sua presenza tutte le mie opinioni scettiche e profane, e la soddisfazione di sentirmi compreso da un anziano di larghe vedute, pieno di grazia e dignità, che ha perdonato le mie manchevolezze in nome dello spirito umanitario e dell’amore fraterno». Kokoschka – che, tre anni prima, per aiutare i bambini bisognosi dell’Inghilterra post-bellica, aveva diffuso migliaia di stampe di un suo disegno in cui Cristo dalla croce si china per sfamare i piccoli – esprime ammirazione per l’Arcivescovo di Firenze che «nelle notti invernali, travestito da laico, visita i quartieri dei più poveri per verificare personalmente l’efficacia dell’opera dei suoi preti e collaboratori laici nel soccorrere i piccoli e sofferenti».
L’ultimo dei tre ritratti fu dipinto quando Elia Dalla Costa era veramente anziano – nel 1957, quando aveva 85 anni –, da un artista giovane, Luciano Guarnieri nato nel 1930. Allievo di Annigoni, Guarnieri s’era fatto conoscere a Firenze nel 1954 con una cartella di disegni dedicata alla ricostruzione post-bellica di Ponte Santa Trinita; negli anni Sessanta farà carriera negli Stati Uniti come ritrattista dei vip, sposando una donna americana con cui torna poi a Firenze, dove produce importanti cartelle di litografie e attira l’ammirazione della critica internazionale.
Ma nel 1957 Guarnieri era solo un ragazzo di promessa a cui si chiedeva di ritrarre uno dei massimi eroi della storia fiorentina recente. Adempì al compito presentando il porporato in maniera francamente «iconica», sopra un davanzale che sembra la base di un personaggio scolpito en buste; forse pensava in effetti al quattrocentesco busto in terracotta policroma raffigurante il santo predecessore di Elia Dalla Costa, l’arcivescovo Antonino Pierozzi (in effetti il busto di sant’Antonino esiste in più copie, di cui uno si trovava fino a qualche anno fa nell’anticamera dell’ufficio arcivescovile). Nel suo tempo Antonino, religioso domenicano, aveva una reputazione analoga a quella di Elia Dalla Costa, come pastore attento ai poveri e asceta, e l’allusione visiva – se di ciò si tratta – doveva sembrare suggestiva.
L’elemento che più avvicina il ritratto del Guarnieri al busto di sant’Antonino è una qualità interiore, meditativa, quasi passiva. Nel caso dell’opera quattrocentesca, questa è dovuta al carattere commemorativa dell’immagine, realizzata dopo la morte del Pierozzi nel 1459. Mezzo millennio più tardi, il giovane Guarnieri vede l’anziano Dalla Costa in una simile luce «commemorativa», già dal 1954 privo di effettivo potere, affiancato da un vescovo coadiutore, Ermenegildo Florit, che lo succederà come Arcivescovo di Firenze nel 1962. L’atleta della preghiera visto dal Berti, il principe ecclesiastico carico di tensione pastorale del Kokoschka, qui diventa un santo vecchio che ripassa nel silenzio gli eventi, lo sguardo ormai rivolto al Dio che redime la storia, e al Salvatore la cui immagine il vescovo Elia portava sul petto, Gesù Cristo.

Timothy Verdon         
Direttore del Museo dell’Opera 
di Santa Maria del Fiore