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sabato 25 gennaio 2014

Sogno in due tempi - Giorgio Gaber

In queste ultime due settimane con le classi terze medie stiamo portando avanti un progetto assieme alla Caritas Fiorentina. L'ultima volta che ci siamo incontrati l'operatrice della Caritas, tra le altre cose, ci ha proposto un testo molto interessante di Giorgio Gabre: "Sogno in due tempi".

Qua sotto potete trovare il testo e l'audio.


Testo Sogno In Due Tempi (prosa) - 1995/1996

Non si capisce perché quasi sempre i sogni, proprio nel momento in cui, come specchi fedeli dell’anima, stanno per svelare al soggetto i suoi intendimenti nascosti, si interrompono.

Ero lì, in una specie di zattera, un naufragio chi lo sa, insomma sono lì su un relitto di un metro per un metro e mezzo circa, e stranamente tranquillo in mezzo all’oceano, galleggio.
Cosa vorrà dire? Va bè, vedremo poi. A dir la verità avevo già sognato di essere su una zattera con una dozzina di donne stupende... nude. Ma lì il significato mi sembra chiaro.
Ora sono qui da solo, ho il mio giusto spazio vitale, mi sono organizzato bene, il pesce non manca, ho una discreta riserva d’acqua, i servizi, è come averli in camera. Ho anche un grosso bastone, che mi serve da remo.
Non è un sogno angoscioso, ma cosa vorrà dire? Fuga, ritiro, solitudine, probabilmente desiderio di sfuggire la vita esterna che ci preme da ogni parte. Si diventa filosofi, nei sogni.
Oddio, oddio cosa vedo, fine della filosofia. No, non può essere una testa. Forse una boa. Non so per cosa fare il tifo. La boa fa meno compagnia, ma è più rassicurante.
No, no... si muove, si muove. Mi sembra, mi sembra di vedere degli spruzzi. Non è possibile che sia un pesce. E’ qualcosa che annaspa, sprofonda, riappare, lotta disperatamente con le onde.
E’ un uomo, è un uomo, è un uomo, è un uomo, è un uomo è un uomo!
E ora che faccio. La zattera è un monoposto, ne sono sicuro. Per il pesce non ci sarebbe problema, ma la zattera in due non credo che tenga. “Non tieneee” , macché, non mi sente.
Sarà a cento metri. Che faccio? Ma come che faccio, sono sempre stato per la fratellanza, per l’accoglienza per l’ospitalità, eh. Ho lottato tutta la vita per questi principi. Sì, ma non mi ero mai trovato... ma quali principi?  Questa è la fine, qui in due non la scampiamo. E lui avanza verso di me, fende le onde. Sarà a settanta metri, cinquanta, trenta, madonna come fende.
Quasi quasi gli preparo un dentice. E se non gli piace il pesce? Se gli piace solo la carne? Umana. No calma calma, io devo pensare a me, alla mia sopravvivenza: mors tua vita mea. Oddio... non dovrò mica ucciderlo?
Ma no, cosa dico, sto delirando! Lo devo salvare. Poi in qualche modo ci arrangeremo, fraternamente, ci sentiremo vicini. Per forza, non c’è spazio qui, stretti uniti, corpo a corpo...
Guarda come nuota... E’ una bestia! Ma io lo denuncio, ormai sarà già dieci metri. Mi fa dei gesti, mi saluta... mi sorride, lo schifoso. Ma no, poveretto cosa dico, per lui sono la salvezza, la vita eh. Che faccio che faccio? Potrei… potrei prendere il bastone, potrei allungarglielo per aiutarlo a salire... potrei darglielo con violenza sulla testa. Siamo al gran finale del dramma. Il dubbio mi divora, l’interrogativo morale mi corrode, devo decidere. L’uomo è a cinque metri, quattro, tre... Prendo il bastone e...
E a questo punto mi sono svegliato. Maledizione! Non saprò mai se nel mio intimo prevale il senso umanitario dell’accoglienza, o la grande paura della minaccia. Devo saperlo, devo saperlo, non posso restare in questo dubbio morale, devo sapere come finisce questo sogno!
Cerco di riaddormentarmi, mi concentro, voglio dire, mi abbandono. Qualche volta funziona. Ecco sì, sì ce l’ho fatta, l’acqua, l’oceano, le onde...giusto. Un uomo su una zattera...giusto. Un altro che nuota arranca, annaspa disperato, sento il cuore che mi scoppia. Oddio, che succede? Sono io, sono io quello che nuota. No, io ero quell’altro eh, non è giusto, non è giusto, a me piaceva di più stare sulla zattera. Ma quale dubbio morale, ho le idee chiarissime. Sono per l’accoglienza!
Ecco, un ultimo sforzo, la zattera è a cinque metri, quattro, tre... Alzo la testa verso il mio salvatore... eccomi! PUMMM! Dio che botta.
A questo punto, mi sono svegliato di nuovo. Mi basta così eh, non voglio sapere altro. Spero solo che non sia un sogno ricorrente.
Però una cosa l’ho capita. No, non che se uno chiede aiuto gli arriva una legnata sui denti. Questo lo sapevo già. Ho capito quanto sia pieno di insidie, il termine aiutare. C’é così tanta falsa coscienza, se non addirittura esibizione, nel volere a tutti i costi aiutare gli altri, che se per caso mi capitasse, di fare del bene a qualcuno, mi sentirei più pulito se potessi dire: “Non l’ho fatto apposta”.
Forse solo così tra la parola aiutare e la parola vivere, non ci sarebbe più nessuna differenza.

Tratto da: http://www.giorgiogaber.it/discografia-album/sogno-in-due-tempi-prosa-testo

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